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giovedì 21 ottobre 2021
lunedì 18 luglio 2016
lunedì 11 luglio 2016
martedì 22 marzo 2016
venerdì 2 maggio 2014
mercoledì 11 luglio 2012
Cosa vuol dire essere Millwall
Il Millwall e il suo mondo si staccano da tutto il resto: se non fosse così, non sarebbe stato addirittura compiuto uno studio a livello accademico da un professore universitario della University of East London, Garry Robson, che ha scritto: "No one likes us, we don't care. The myth and reality of Millwall fandom". Il che vuol dire che il fenomeno è realmente degno di studio o che, forse, Mr Robson ha troppo tempo libero e tifa troppo per i Lions per dedicarsi a studi più significativi per il progresso dell'umanità. Nello studio, condotto con estrema profondità e con termini certamente poco accessibili anche al lettore medio-basso di lingua inglese - si tratta dopotutto di un testo universitario - viene analizzato e sminuzzato nelle sue componenti l'intero significato dell'essere Millwall ed essere South London, ma il South London che odora di porto, depositi di gomme, officine auto, gabbiotti dei minicabs, sfasciacarrozze, un proletariato intensamente carnale e reale che adora ancora il pugilato ed è lontanissimo dalla rappresentazione ormai comune del tifoso medio di Premiership, tutto compìto, con le tasche profonde, la parrucca in testa, magari due strisce colorate dipinte sul viso e la bella maglietta stirata dalla moglie. Lo zoccolo duro del Millwall è fatto di gente che come in tutte le culture del proletariato urbano ha il disprezzo e l'avversione più profonde verso tali manifestazioni, viste come effemminate, deboli: qui siamo ancora ai riti di iniziazione, al doversi mostrare sempre con il volto più virile, al rivestirsi di abiti "duri" per poter far parte del gruppo [...]
(Roberto Gotta, Le reti di Wembley, 2003)
sabato 16 giugno 2012
Passione
"Nessuna industria della televisione sembra che si interessi dei tifosi, ma senza l'urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. É una storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il football è morto. Solo ventidue uomini grandi e grossi che corrono su un prato e danno calci ad una palla. Proprio una gran cagata. É la tifoseria che lo fa diventare una cosa importante..."
"John King, Fedelì alla tribù, 2000"
venerdì 11 maggio 2012
Il ruggito del Den
[...] Mister Slingsby risponde che la squadra di casa ha maggiore confidenza con il proprio campo di gioco e conosce tutte le imperfezioni naturali del terreno, le chiazze prive di erba, le buche, le cunette e gli avvallamenti quasi impercettibili. Afferma inoltre che, per quanto sembri inverosimile, i giocatori più abili sono in grado di avvertire le correnti d'aria, i vortici e i risucchi. Ma il vantaggio principale, continua mister Slingsby, è il fragore del pubblico, che inconsciamente suggerisce alla squadra ospite che una sua vittoria causerebbe un grave stress emotivo ai tifosi locali. Infine, a suo avviso, il rumoreggiare minaccioso del pubblico, come quello che si ode a Millwall e a Newcastle, incute timore ai giocatori ospiti."
(James Lloyd Carr, How Steeple Sinderby Wanderers won the F.A. Cup, 1975)
martedì 24 aprile 2012
Just accept it, Harry!
[...] Il mercoledì successivo giocavamo contro il Millwall al Den. Dei Lions si può dire quel che si vuole, ma di sicuro avevano un bel seguito a livello locale. In quasi tutte le città e le aree urbane d'Inghilterra ci si aspetta di vedere in giro ragazzi che indossano svariate maglie con i colori della diverse squadre, con una certa prevalenza del club del posto. A Bermonsdey e in Old Kent Road non si vedono altro che maglie del Millwall. Prova evidente che la squadra è seguitissima dalla comunità locale. E che la paura fa novanta. Una volta - ci eravamo trasferiti da poco nella zona sud-est di Londra - stavo camminando lungo Leathermarket Street. C'era un bambino seduto sul muretto. Avrà avuto otto anni e portava una maglia del Millwall. Quando arrivai alla sua altezza mi fece: "Ehi, capo. Per che squadra tieni?". "Per il Middlesbrough" risposi io, bello spavaldo. Era un piccoletto, di sicuro ce l'avrei fatta a scappare. Proseguii e quando l'ebbi superato di qualche metro lo sentii cantare: "Vai a firmare, vai a firmare, barbone. Tanto c'avete solo la disoccupazione". Stupefatto, mi voltai. Quando vide che lo stavo guardando, il bambino si mise una mano in tasca e tirò fuori una monetina. Poi mi gridò: "Eccoti 10 pence. Comprati una casa".
(Harry Pearson, A season of mellow fruitlessness, 1993)
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